Non è più una semplice fase negativa, ma un problema strutturale che il Bologna non riesce a nascondere. I segnali erano arrivati già contro il Salisburgo, ma da lì in avanti il rendimento difensivo è precipitato fino a diventare un’emergenza quotidiana. Diciassette gol subiti in 18 partite, con appena un clean sheet all’attivo, rappresentano un campanello d’allarme difficile da ignorare.
L’unica gara senza reti incassate resta quella contro il Maccabi Tel Aviv, spesso definita da Vincenzo Italiano come una “partita perfetta”, ma che in realtà è apparsa poco più di un esercizio di routine contro un avversario non all’altezza. Il tecnico parla di «alti e bassi», provando comprensibilmente ad aggrapparsi a ciò che resta, ma gli alti — da Vigo in poi — sono stati rari e frammentati: il primo tempo di Riad contro l’Inter, qualche buona fase a Como, la prima ora di Genova. Troppo poco.
Fa eccezione solo parzialmente Verona: tre gol splendidi, ma accompagnati da rischi enormi. Da archiviare senza appello, invece, la sfida con il Celtic, un mezzo harakiri costato l’accesso alle prime otto di Europa League, nonostante 63 minuti in superiorità numerica.
Il nodo tattico
Un problema evidente è anche di natura tattica. Con Odgaard lontano dalla miglior condizione e una squadra così fragile, il Bologna non può permettersi di schierare quattro giocatori offensivi, tantomeno contro il Milan esperto e pragmatico di Allegri. In questo contesto, la notizia positiva è il rientro ormai imminente di Lucumí: l’unico centrale della rosa dotato della velocità necessaria per reggere l’uno contro uno a campo aperto e dare equilibrio al reparto. La sua presenza è fondamentale anche per proteggere Heggem, apparso decisamente più in difficoltà senza il colombiano al suo fianco.
La fragilità mentale
C’è poi un aspetto forse ancora più profondo: quello psicologico. Italiano lo ha sottolineato più volte e i fatti lo confermano. Basta uno schiaffo, nemmeno un colpo pieno, e il Bologna va al tappeto. Quando arriva la tempesta servono certezze, e molte di quelle tecniche sono state perse sul mercato estivo.
Ma non solo. Si è incrinata anche la solidità morale del gruppo. La squadra di un anno fa, compatta e pronta a reagire a ogni (rara) sconfitta, oggi appare diversa: le sperequazioni sugli ingaggi tra i protagonisti del ciclo vincente e i nuovi arrivati, unite ai rinnovi in standby di alcuni leader, hanno prodotto un effetto destabilizzante. Il risultato è una squadra che si scioglie in campo e sembra accettare passivamente la caduta.
Il mercato e il bilancio
In situazioni del genere, il mercato invernale potrebbe rappresentare una scialuppa di salvataggio. Ma la linea del club è stata netta: priorità al bilancio, anche a costo di lasciare Italiano senza rinforzi adeguati. Una scelta legittima, ma che pesa enormemente sul campo.
Il tecnico si trova così ad affrontare una delle crisi più lunghe della sua carriera, stretto tra numeri impietosi, una squadra fragile e una società che guarda prima ai conti. Per il Bologna, il tempo delle attenuanti sembra ormai finito.