Nazionale

Italia, e se la soluzione fosse un C.T. straniero?

Cresce il dibattito intorno al nome del nuovo C.T.

Italia, e se la soluzione fosse un C.T. straniero?

L’ipotesi che la FIGC possa affidare la guida della Nazionale italiana di calcio a un allenatore straniero a partire da settembre non è più una provocazione ma una riflessione concreta che attraversa il sistema calcio italiano. E, come spesso accade, quando si apre una crepa nella tradizione, emergono subito resistenze culturali prima ancora che tecniche. Negli ultimi giorni hanno fatto rumore le dichiarazioni di Leonardo Bonucci, che ha evocato senza troppi giri di parole il nome di Pep Guardiola.

Più che una candidatura reale, la sua è sembrata una provocazione intelligente: spostare il dibattito. Non tanto sul nome, quanto sul profilo. Guardiola rappresenta un’idea di calcio, una metodologia, una cultura del lavoro che va oltre la nazionalità. E qui è il punto, L’Italia ha sempre difeso una sorta di identità tecnica nazionale, quasi fosse un marchio da preservare. Ma oggi quella identità è ancora così riconoscibile? O è già stata contaminata, trasformata, a tratti smarrita? Se la risposta fosse la seconda, allora il tema dell’allenatore straniero smetterebbe di essere un tabù e diventerebbe una possibile leva di ricostruzione. Attenzione però a non cadere nell’errore opposto: pensare che basti un nome internazionale per risolvere problemi strutturali. Un profilo come Guardiola, per restare sull’esempio più evocativo, non è semplicemente un allenatore vincente. È un sistema. Richiede tempo, controllo, allineamento totale tra federazione, club e settore giovanile.

Senza questo, anche il migliore rischia di fallire. Le alternative realistiche, infatti, si collocano su un piano diverso. Allenatori stranieri con esperienza internazionale, ma capaci di adattarsi a un contesto complesso come quello italiano. Tecnici che sappiano lavorare sulla crescita, più che sull’immediato risultato. Perché la Nazionale oggi non ha bisogno solo di vincere: ha bisogno di ritrovare una direzione. Il vero tema, quindi, non è “italiano o straniero”, bensì, che progetto c’è dietro quella scelta?

Se la FIGC dovesse optare per un allenatore straniero, sarebbe una presa di posizione forte: ammettere che il sistema ha bisogno di uno sguardo esterno, di una discontinuità reale. Ma quella scelta avrebbe senso solo se accompagnata da una riforma più ampia, che tocchi formazione, valorizzazione dei giovani e rapporto con i club. Altrimenti, cambierebbe la lingua in panchina, ma non il destino della squadra. E il calcio italiano, oggi, non può più permettersi operazioni di facciata. Ha bisogno di scelte che lascino il segno, non solo il titolo.

 

Alessandro Brachino