Ci sono stadi che restano impressi nella memoria, e poi c’è San Siro, che a qualcuno cambia proprio la traiettoria della carriera. A Jens Petter Hauge è successo due volte. Sei anni fa incantò il Meazza con la maglia del Bodø/Glimt, segnando in un preliminare europeo che convinse la dirigenza rossonera a muoversi con decisione. “Ciao, sono Paolo, vieni da noi?”. La chiamata di Paolo Maldini fu il punto di svolta: da Bodø al Duomo di Milano in pochi giorni, e una nuova vita con la maglia del AC Milan.
Oggi la storia si è ripetuta, ma con colori diversi. Hauge è tornato a San Siro e ha colpito ancora, stavolta contro l’Inter, in un derby personale che profuma di rivincita. Il conto in UEFA Champions League dice sei reti, una in meno di Erling Haaland e lo stesso bottino di Victor Osimhen e Gabriel Martinelli. Numeri che certificano una crescita europea evidente: doppiette al Tottenham Hotspur e ai nerazzurri, un gol al Borussia Dortmund e uno al Manchester City.
Figlio di una città di cinquantamila abitanti oltre il Circolo Polare Artico, Hauge è rimasto legato alla sua dimensione. A Bodø si pesca, si aspetta l’aurora boreale nelle notti terse e si vive in simbiosi con il fiordo. Dopo l’esperienza milanista ha girato l’Europa, vincendo l’Europa League con l’Eintracht Frankfurt e vivendo una parentesi al KAA Gent, prima di tornare a casa. In Italia ha lasciato anche un segno in Serie A, con una rete pesante al Napoli, ma è in Norvegia che ha ritrovato continuità e centralità.
La notte di Milano lo ha riportato sotto i riflettori. Terzo per dribbling riusciti in questa Champions, dietro solo a Lamine Yamal e Vinícius Júnior, Hauge è tornato a essere il numero 10 che accende la fantasia. A fine partita si è fermato sotto il settore ospiti, a salutare i 3500 tifosi arrivati dal Nord: un piccolo muro giallo che ha trasformato San Siro in un angolo di Scandinavia.
A Bodø, prima di ogni gara, la squadra si stringe in cerchio nel “ring”, guidata dal capitano. È un rito identitario, un anello che unisce. Hauge ne è il talento più luminoso. Con due colpi ha trascinato il suo club agli ottavi e, ancora una volta, ha lasciato un segno a Milano. San Siro, per lui, non è solo uno stadio. È il luogo dove il destino prende forma.