Amarezza azzurra

L’amarezza di Buffon: “Resto fino a giugno poi vedremo”

Gianluigi Buffon, chiamato assieme a Bonucci e Gattuso, per compattare l'ambiente non si è nascosto davanti alle proprie responsabilità.

L’amarezza di Buffon: “Resto fino a giugno poi vedremo”

Doveva essere il punto di ripartenza, si è trasformato nell’ennesimo epilogo amaro. L’idea di un gruppo compatto, costruito per restituire identità e orgoglio alla Italia, si dissolve nella notte più dolorosa, quella che chiude definitivamente le porte del Mondiale.

Al centro di questo progetto, diventato col tempo una vera e propria “unità di crisi”, non c’è più alcun orizzonte: l’America resta lontana, irraggiungibile, e al suo posto rimangono soltanto delusione e silenzi.

Lo sanno bene Gianluigi Buffon, Leonardo Bonucci e Gennaro Gattuso, i tre volti simbolo di un progetto nato sei mesi fa a Bergamo, tra speranze e abbracci. Un’immagine iniziale che sembrava racchiudere tutto: esperienza, appartenenza, storia.

Due campioni del mondo del 2006 e un protagonista del trionfo europeo a Euro 2020. Un trio chiamato a trasmettere valori prima ancora che schemi, ma che ora si ritrova a fare i conti con una resa inevitabile.

Il destino dell’”unità di crisi” appare segnato. Buffon, che aveva fortemente sostenuto la scelta di Gattuso come commissario tecnico, è pronto a farsi da parte, fedele a una promessa fatta senza ambiguità. “Per le corrette valutazioni dovremo prenderci il tempo necessario e la stagione sportiva finisce a giugno: quello che posso dire adesso – così il nostro capodelegazione – è che nei prossimi tre mesi resterò a disposizione della Figc che ha avuto fiducia in me…”. Parole che sanno di commiato, anche se non ancora ufficiale, perché certe decisioni non si consumano mai tutte in una notte.

Tutto era nato da una nuova scintilla, accesa dopo la delusione di Berlino nel 2024. Da lì, la volontà di intervenire in profondità, di costruire qualcosa che andasse oltre le soluzioni temporanee.

Buffon aveva individuato in Gattuso l’uomo giusto per restituire identità alla Nazionale, e Gattuso aveva voluto accanto a sé Bonucci, chiamato a trasmettere ordine e letture difensive. Un’idea chiara, rafforzata dall’esperienza di tre protagonisti che insieme sommano centinaia di presenze in azzurro.

Eppure, nemmeno questo è bastato. Nell’ultima curva verso il sogno mondiale, la squadra si è fermata ancora una volta. La scena finale, con Buffon in panchina tra inquietudine e attesa, racconta più di qualsiasi parola. Bonucci prova a guidare, a richiamare movimenti e attenzione, ma il campo restituisce un verdetto diverso. L’“unità di crisi”, nata per salvare, si scioglie proprio nel momento decisivo.

“Il più grande obiettivo – continua Buffon – era andare in America e, questo, fa veramente male e rischia di far ragionare in modo contorto e poco lucido. E qui mi fermo…”. È una frase che pesa, che segna un confine tra ciò che si era immaginato e ciò che è stato realmente.

Intanto, mentre la Bosnia festeggia una notte storica, in Italia resta l’ennesima delusione. Il tempo passa, le occasioni sfumano e l’orizzonte si allontana sempre di più. Il rischio è quello di abituarsi a queste lacrime, di renderle parte di una normalità che non appartiene alla storia azzurra. E tra le conseguenze più dolorose c’è anche l’addio imminente di Buffon, simbolo di un’epoca che, lentamente, continua a scivolare via.