Non c’è praticamente partita nella finale playoff che consegna all’Ascoli il ritorno in Serie B: dopo l’equilibrio solo apparente dell’andata, condizionato dal diluvio e dal rinvio, il match di ritorno si trasforma in una dimostrazione di forza netta e continua. Il verdetto è limpido e non lascia spazio a interpretazioni: la squadra di casa domina, mentre il Brescia Calcio non riesce mai davvero a rendersi pericoloso.
La lettura della sfida è quasi immediata. Da una parte una squadra capace di incidere ogni volta che accelera, dall’altra un avversario che non trova mai la porta con continuità. L’Ascoli colpisce tre volte e indirizza la finale senza esitazioni, sfruttando anche la spinta di un ambiente caldo nello Stadio Cino e Lillo Del Duca, ufficialmente da 10.810 spettatori ma con la sensazione di una partecipazione ancora più ampia sugli spalti. Tra il pubblico, anche la presenza simbolica di Simone Vagnozzi, coach di Jannik Sinner e ascolano doc, a sottolineare il legame tra città e squadra.
Il momento che avrebbe potuto cambiare la storia del match arriva al 42’: Lamesta inventa una giocata che libera Mallamo davanti al portiere, ma il controllo e il tocco di piatto terminano incredibilmente a lato. È l’episodio che spegne le speranze del Brescia, perché l’Ascoli era già avanti grazie alla rete di Rizzo Pinna, ancora decisivo dopo il gol dell’andata. L’azione nasce da un’idea di Gabriele Gori sulla trequarti, con la difesa ospite impreparata e la conclusione dal limite che vale l’1-0.
Nella ripresa la gara si chiude definitivamente: Silipo firma il raddoppio con un’azione travolgente sulla destra, fatta di dribbling su De Maria e conclusione precisa a fil di traversa. Da quel momento la partita non ha più storia. Il Brescia prova a reagire più con orgoglio che con idee, senza modificare realmente assetto o struttura, affidandosi alla qualità dei trequartisti ma senza inserire una seconda punta, scelta che pesa nel bilancio complessivo della doppia sfida.
L’Ascoli, invece, continua a spingere e sfiora più volte il tris prima di trovarlo con un tap-in di Milanese, dopo una respinta su un tiro di Silipo terminato sul palo. Il 3-0 finale fotografa perfettamente l’andamento della serata e della finale. Anche il tecnico del Brescia, Eugenio Corini, riconosce la superiorità avversaria e a fine gara si congratula con l’allenatore bianconero, Luca D’Angelo, prima di lasciarsi andare a una riflessione lucida: «L’Ascoli ha fatto il miglior calcio della Serie C. Per noi è il giorno del dolore, ma quello che abbiamo fatto non era scontato».
La festa che segue è totale. Il Del Duca diventa una bolgia controllata, con entusiasmo continuo ma senza eccessi, nel rispetto della premiazione ufficiale con i vertici della Lega Pro e il presidente Passeri. In campo e sugli spalti si percepisce la sensazione di un traguardo atteso e costruito nel tempo, soprattutto dopo due anni di Serie C e un percorso societario completamente rinnovato.
Nel post-partita arrivano anche le parole di chi ha guidato il gruppo: «Il mister ci diceva che questa squadra doveva solo crescere, e così è stato: ero sicuro di vincere i playoff». Poi spazio alla festa vera, quella spontanea, con cori, abbracci e inevitabili sfottò rivolti alla Sambenedettese, storica rivale.
Per il Brescia resta l’amarezza di una finale pesante, ma anche la consapevolezza di un progetto nato da poco, il 17 luglio, dopo la fine dell’era Cellino. Il presidente Pasini guarda avanti e rilancia: «A luglio contiamo di averla- ha spiegato il presidente-abbiamo preso i terreni per il centro sportivo e per tre anni gestiremo lo stadio. Il progetto va avanti, siamo soddisfatti e i 40mila spettatori di questi playoff dimostrano che il vero Brescia siamo noi:nontemo Cellino».
Una finale che, al di là del punteggio, racconta soprattutto due traiettorie opposte: da una parte una promozione costruita con solidità e identità, dall’altra un percorso ancora in assestamento ma già capace di riaccendere una piazza intera.