“Bussate”, ma non soltanto. Durante le partite, nella sala Var sarebbe accaduto molto di più. Secondo alcune ricostruzioni, soprattutto tra chi criticava l’operato di Gianluca Rocchi, esisteva una sorta di linguaggio informale fatto di gesti e segnali per orientare le decisioni dei varisti nei momenti più delicati. Un sistema che qualcuno, come riportato da la Repubblica, aveva soprannominato “Gioca Jouer”, richiamando il celebre tormentone di Claudio Cecchetto. In questa presunta “codifica”, una mano alzata avrebbe significato “non intervenire”, mentre un pugno chiuso indicava la necessità di farlo.
Al centro della vicenda ci sarebbe proprio Rocchi, accusato di aver di fatto diretto la sala Var pur non potendolo fare ufficialmente, essendo una figura esterna durante le partite. Un comportamento che, secondo regolamento, non sarebbe consentito. Tra gli episodi sotto osservazione figura la gara tra Udinese e Parma del 1° marzo, uno dei tre casi citati nelle indagini. In quell’occasione, il designatore avrebbe influenzato l’addetto Var Daniele Paterna, come suggerirebbero alcune immagini in cui l’arbitro cambia decisione sul rigore poi assegnato ai friulani.
Le indagini mettono in luce un contesto in cui i condizionamenti arrivavano dall’interno della struttura di Lissone, nonostante i varisti dovessero operare in totale autonomia e al riparo da pressioni esterne. Secondo gli investigatori, tali interferenze potrebbero configurare addirittura un’ipotesi di frode sportiva.
A confermare il clima sospetto è anche l’ex arbitro Daniele Minelli, che ha raccontato come certe pratiche fossero note nell’ambiente, pur essendo vietate dal protocollo. Minelli ha inoltre sottolineato che, dopo l’introduzione della presenza della procura federale nella sala Var e l’assenza di Rocchi e dei suoi collaboratori a Lissone, gli errori arbitrali sarebbero aumentati in modo significativo.