A San Siro, sotto le luci più esigenti del campionato, Scott McTominay ha ribadito una verità che ormai in Serie A conoscono tutti. Puoi preparare la partita nei minimi dettagli, studiarne i movimenti, segnare sul taccuino ogni suo passo, ma quando lo scozzese decide di sparire per poi riapparire nel cuore dell’area avversaria non c’è sistema difensivo che tenga.
La notte contro l’Inter ha esaltato fino all’estremo le sue qualità, trasformando due inserimenti perfetti nei gol dell’1-1 e del 2-2. Azioni da manuale, costruite con l’intelligenza di chi sa esattamente dove farsi trovare all’inizio e dove colpire alla fine, con quei quindici secondi letti in anticipo che separano i grandi giocatori da quelli normali.
In quei due lampi c’è l’essenza di McTominay: forza fisica, presenza costante, personalità e una lucidità rara nel prevedere lo sviluppo dell’azione. Non è provocazione sostenere che oggi sia il giocatore più incisivo del campionato italiano, o almeno il migliore del girone d’andata.
Un giudizio che va oltre i numeri, leggermente inferiori rispetto alla scorsa stagione ma spiegabili all’interno di un contesto tattico diverso. In campionato lo scozzese ha segnato cinque reti, tre delle quali proprio all’Inter, completate dai gol contro Verona e Sassuolo.
In Champions League ha colpito altre tre volte, con una doppietta al Psv Eindhoven e una rete, più il tiro decisivo per un autogol, contro il Qarabag. In Serie A segna ogni 307 minuti, contro i 245 della passata stagione chiusa con lo scudetto e 12 gol in 34 presenze.
Le cifre, però, raccontano solo una parte della storia. Il peso specifico di McTominay nel gioco del Napoli è cresciuto in modo inversamente proporzionale alla sua frequenza realizzativa. Antonio Conte ha ridisegnato la squadra per compensare l’assenza di Lukaku e inserire De Bruyne, trovando equilibrio attraverso due trasformazioni decisive: la “lukakizzazione” di Hojlund e l’“olandesizzazione” di McTominay.
Senza forzare paragoni, il ragazzo di Lancaster ha imparato a interpretare ogni zona del campo, ricordando per duttilità il Neeskens dell’Olanda anni Settanta. Recupera palloni nella propria area e diventa devastante negli ultimi venti metri, dove il metro e novantuno non limita la qualità del tocco ma esalta il gioco aereo. Non è un caso se in carriera ha anche vestito, per necessità, i panni del centravanti.
All’arrivo in Italia non mancavano le perplessità su un investimento da 32 milioni fortemente voluto da Conte. Prima obiezione: la tradizione poco fortunata dei britannici in Serie A. Bastarono poche partite per cancellarla.
Seconda: “Viene dal Manchester United e da un mondo straevoluto come quello della Premier League, verrà a svernare”. Luogo comune demolito dai fatti. Ha saltato una sola gara per precauzione, ha sempre giocato al massimo e conquistato Napoli con anema e core.
Anche contro l’Inter, dopo l’errore che ha portato al gol di Dimarco, si è ripreso tutto con gli interessi. Doppietta, scudetto ancora possibile e uno scettro virtuale che resta saldamente nelle sue mani.