Il tempo è passato, ma le cicatrici restano. A mesi di distanza da un’estate vissuta tra tensioni e scelte forzate, Theo Hernandez torna a parlare per la prima volta del suo addio al Milan, chiudendo un capitolo durato sei stagioni tra trofei, passione e fratture insanabili. Lo fa da Riad, dove l’avventura con l’Al Hilal è appena iniziata, attraverso una lunga intervista concessa alla Gazzetta dello Sport: “Qui sto da dio. È stata la scelta migliore. L’unico problema è il traffico: tremendo”.
Il contesto è quello della Supercoppa italiana, conclusa con una rapida e deludente eliminazione del Milan contro il Napoli. Ma il campo, per Theo, è solo una parte del racconto. L’altra riguarda i rapporti umani, a partire da quello con Simone Inzaghi, oggi suo allenatore dopo anni di derby infuocati: “Mi ha detto: ‘Andiamo a vincere insieme?’. All’Inter lo chiamavano il ‘demone’, ma fuori dal campo è un gentleman. Ogni tanto scherza sul fatto che l’anno scorso gli ho fatto perdere la Supercoppa qui a Riad. Anche lo staff mi ricorda spesso i derby o i duelli con Dumfries”.
Impossibile, però, separare il presente dal passato. Il Milan resta una ferita aperta: “Io non sarei mai andato via. La mia priorità era restare. Ma la direzione presa dal club e alcune decisioni non rispecchiavano i valori e l’ambizione che mi avevano portato lì”. Un passaggio chiave riguarda la dirigenza: “Quando arrivai c’erano Massara, Boban e Maldini, il mio idolo. Ibra è un top, ma dopo Paolo è cambiato tutto in peggio”.
Nel racconto trovano spazio anche i rimpianti e gli errori: “So di aver sbagliato, come le espulsioni con Fiorentina e Feyenoord. Non ero sereno mentalmente. Ma i tifosi sanno chi è stato Theo al Milan”. E poi il capitolo più delicato, quello delle presunte aggressioni: “Finalmente posso parlarne. C’è chi vuole rovinarti la vita e la carriera. Sono stato male leggendo certe cose, ma la mia famiglia sa che non è vero”.
La sensazione, netta, è quella di essersi sentito lasciato solo: “Avrei meritato un trattamento migliore. Alcuni compagni mi spingevano a restare, ma quando un dirigente ti dice ‘se resti ti mettiamo fuori rosa’, che fai? Cerchi altro”. L’addio di Maldini viene indicato come spartiacque emotivo: “Mi sono sentito spaesato. Io e Calabria ci presentammo a Milanello con la maglia di Paolo, a qualcuno non piacque. Hanno strappato una bandiera per nulla. A parte Ibra, la mancanza di milanismo si sente”.
Eppure, nonostante tutto, il legame non si spezza: “Se il Milan vincesse lo scudetto festeggerei in mezzo ai tifosi”. Il ritorno, però, resta un’ipotesi lontana: “Ora voglio vincere qui. Ma finché ci sono certe persone, non torno”. Una frase che pesa come un macigno e che racconta, forse meglio di ogni altra, quanto quell’addio non sia mai stato davvero voluto.