Il momento complicato del Milan continua a far discutere e alimenta riflessioni che vanno oltre il semplice campo. A commentare la situazione rossonera è stato Leonardo, ex giocatore e allenatore del club, intervenuto a Cronache di spogliatoio, dove ha analizzato alcune delle dinamiche che, a suo avviso, stanno incidendo sul presente e sul futuro della società.
Al centro del suo ragionamento c’è innanzitutto il ruolo del direttore sportivo, figura che nel calcio moderno sembra aver perso parte della sua centralità. Secondo Leonardo, oggi molte società non affidano più a questa posizione un reale peso decisionale, preferendo modelli organizzativi in cui entrano in gioco anche strumenti e sistemi alternativi. Tra questi, un ruolo sempre più rilevante lo avrebbero gli algoritmi, utilizzati per supportare le scelte di mercato e di gestione della rosa.
“Il ruolo del direttore sportivo è cambiato – dice nello stralcio dell’intervista pubblicato -, molte squadre non si hanno più un direttore sportivo che abbia un peso. Lui fa determinate cose, dentro diciamo il lavoro generale, ma c’è una cosa molto influente che sono gli algoritmi, no? Io non ho niente contro gli algoritmi, ma ho sempre pensato che fosse un appoggio alla decisione, non il contrario. Questa cosa qua secondo me conta tanto”.
Un passaggio che apre una riflessione più ampia sul modo in cui il calcio moderno sta cambiando, tra dati, analisi avanzate e figure tradizionali che rischiano di perdere centralità. Ma il discorso di Leonardo si sposta poi su un tema che tocca inevitabilmente la storia recente del Milan: Paolo Maldini.
L’ex dirigente rossonero, figura centrale nel recente ciclo del club, è stato evocato anche dai tifosi nelle ultime settimane, soprattutto nei momenti di difficoltà della squadra. Leonardo non nasconde la sua posizione, sottolineando quanto la sua assenza pesi ancora nell’immaginario collettivo milanista.
“Se tu hai Paolo Maldini al Milan, non so quale algoritmo può dirmi che è meglio non averlo. Quanto fa male non vederlo al Milan? Ma non a me, fa male a tutti. Paolo è una figura che secondo me deve essere nel mondo del calcio. E non è perché sono di parte, io penso che figure così complete, perché Paolo si è completato con il tempo, ha fatto il dirigente ai massimi livelli con successo della sua squadra dove ha passato 30 anni della sua vita. Quindi non c’è una cosa simile come figura. Perciò mi fa male, certo che mi fa male”.
Alla domanda se Maldini potrebbe essere una figura adatta non solo al Milan ma al calcio italiano in generale, Leonardo allarga ulteriormente lo sguardo, entrando nel merito delle difficoltà strutturali del sistema.
“Sono sicuro che abbia tanto da dare, dopo abbiamo una struttura molto politica, molto complessa, molto arcaica, che qualche volta impedisce pure che questo succeda. Penso anche a Paolo perché questa cosa qua uno la deve sentire dentro fortemente e lui la sente. Quello che serve, al di là delle idee, della competenza, del talento e della voglia, c’è bisogno di qualcosa che trascini, che faccia credere. Che tu dici: questo è una cosa bella da seguire. E’ difficile trovare una figura, non solo concentrare su una persona, non è solo quello, ma è difficile trovare una figura che sia capace in un modo unanime di passare questa idea”.
Un’analisi che va oltre il caso singolo e tocca il tema più ampio della leadership nel calcio moderno, tra modelli sempre più tecnologici e la ricerca di figure in grado di unire competenza, carisma e identità.