Alla Roma non gli diedero davvero fiducia. O forse semplicemente arrivò nel momento sbagliato. Per Luis Enrique si trattava della prima grande panchina dopo il triennio di formazione con il Barcellona B. Il club giallorosso, appena entrato nell’era americana con James Pallotta e Thomas Di Benedetto, stava ancora cercando un’identità. L’area tecnica era divisa tra Franco Baldini e Walter Sabatini, e la rosa venne profondamente rivoluzionata, con giocatori molto diversi tra loro. L’esperimento durò poco.
I risultati altalenanti, l’eliminazione nei preliminari di Europa League e il settimo posto in campionato, insieme a un rapporto non semplice con Francesco Totti — spesso lasciato in panchina — resero inevitabile la separazione. Eppure era evidente che quell’allenatore dal volto sempre serio non fosse un tecnico qualsiasi. Lo ha riconosciuto anche Daniele De Rossi, ricordando una domenica in cui fu mandato in tribuna per un ritardo: “Aveva ragione lui, aveva qualcosa in più”.
Se in Serie A la sua esperienza è rimasta breve, molto più profonda è stata l’eredità personale lasciata da quell’avventura. Lo si è visto anche dopo la recente vittoria in finale contro l’Arsenal, quando ha voluto ringraziare tra gli altri Claudio Bisceglia, suo ex insegnante di italiano e amico.
Nel frattempo Luis Enrique ha costruito una carriera straordinaria, arrivando a vincere la sua terza Champions League a Budapest ed entrando in un gruppo ristretto di allenatori leggendari. Solo Carlo Ancelotti è stato in grado di fare meglio, vincendone 5. Il suo successo si basa su una squadra di grande qualità, su una gestione intelligente delle energie durante la stagione e su un’idea collettiva del gioco che privilegia il sistema alle individualità.
La sua storia è stata spesso letta attraverso la tragedia personale della perdita della figlia Xana, ma lui ha sempre evitato di trasformarla in narrazione pubblica. Oggi resta un tecnico esigente, coerente, capace di imporre la propria visione senza compromessi. Forse la Roma non era pronta allora. La domanda è se lo sarebbe oggi.