Una notte di calcio che sfugge alle logiche del risultato e si trasforma in racconto umano, tra talento, fragilità e amore viscerale di una tifoseria. Il 15 settembre 1982, a San Siro, l’Inter debutta in Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava, ma la scena se la prende tutta Evaristo Beccalossi. Due mesi prima l’Italia di Bearzot aveva conquistato il Mondiale in Spagna senza di lui, esclusione che aveva fatto discutere e diviso. A Milano, però, il “Becca” resta il faro tecnico di una squadra che vuole imporsi anche in Europa.
I nerazzurri dominano, spingono, costruiscono. In attacco Altobelli e Juary cercano varchi, mentre Beccalossi orchestra con classe e imprevedibilità. Il primo tempo scivola via sullo 0-0, ma nella ripresa l’Inter alza i giri del motore. È proprio il numero dieci a caricarsi la squadra sulle spalle, entrando più volte in area fino all’episodio chiave: il fallo che porta al calcio di rigore. “Sono il rigorista designato – dirà ‘Becca’ -, vado a prendere il pallone, lo metto sul dischetto, prendo la ricorsa, e calcio una specie di mozzarella: fuori. Non mi dispero e continuo a giocare come se nulla fosse successo”.
Il copione si ripete pochi minuti più tardi, con un secondo penalty assegnato ai nerazzurri. Questa volta il dubbio attraversa la mente del fantasista, ma la responsabilità resta sua. “Beh, confesso che qualche dubbio mi è venuto. Mi dico: ‘Che cosa faccio? Tiro o lascio l’incombenza a qualcun altro?’. Vado da Altobelli, che era il secondo rigorista e anche il mio ‘socio’, e gli faccio: ‘Dai, Spillo, tiralo tu!’. Ma Spillo mi fa segno di no con la testa, poi arriva Lele (Oriali, ndr), che era la mia coscienza e quella di tutta la squadra, mi dà una pacca sulla spalla e mi invita a calciare. Metto ancora il pallone sul dischetto e, sempre di sinistro, indirizzo il tiro sulla sinistra del portiere. Lui si tuffa e ribatte. Allora io piombo sulla respinta e calcio di destro con una violenza mai vista. Ancora parato. Il portiere dello Slovan è un certo Milan Mana, mai più sentito nominare. A quel punto, per me, e forse per tutti i tifosi nerazzurri, è sceso il buio”.
Due errori dal dischetto pesano come macigni, ma l’Inter trova comunque la forza di vincere. Nel finale Altobelli sblocca il risultato con una prodezza, poi Sabato chiude i conti per il 2-0. Il ritorno in Cecoslovacchia sancirà il passaggio del turno, prima di un cammino che si fermerà ai quarti contro il Real Madrid. Ma quella sera resta marchiata soprattutto dall’amarezza del suo uomo simbolo.
Il dopo partita racconta tutta la tensione accumulata dal fantasista. “Qualche minuto dopo, ancora sullo 0-0, ricevo un passaggio e sono talmente nervoso e talmente arrabbiato che tutti i muscoli sono tesi, e succede che m’infortuno. Ovviamente vengo sostituito. Entra Roberto Bergamaschi al mio posto. Cammino a testa bassa verso lo spogliatoio, mi accorgo che la gente segue tutta la mia passeggiata e mi sento in colpa, tremendamente in colpa verso i tifosi che mi amano. Entro nello spogliatoio e spacco due porte. Urlo come un matto, lì da solo, e non c’è verso di calmarmi”. E ancora: “I compagni, tornati nello spogliatoio, sono davvero gentili: mi consolano, mi dicono che non è successo niente, che è andato tutto bene. Bene un corno, penso io. Temo di aver rovinato il mio rapporto con il pubblico, che è la cosa a cui tengo di più. Anche il presidente Ivanoe Fraizzoli e Sandro Mazzola vengono negli spogliatoi e mi dicono parole gentili. E quando, dopo aver recuperato dall’infortunio, torno a giocare a San Siro i tifosi mi accolgono con un’ovazione: Eee-varisto! Eee-varisto! Un boato di passione. E in quel momento lì capisco che tra me e l’Inter è amore vero, e lo sarà per sempre”.
Quella notte diventa leggenda anche grazie alle parole di Paolo Rossi, che ne fa un monologo diventato cult tra i tifosi. “Io non posso dimenticare una partita che era Inter-Slovan Bratislava. Io l’ho vista, chi l’ha vista sa di cosa sto parlando. A un certo punto l’arbitro diede un calcio di rigore all’Inter. Per chi s’intende di calcio, ma anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore… Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: ‘Lo tiro io…’ e io pensai con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri. Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo. Ma quando cinque minuti dopo, e chi ha visto quella partita sa che non mento, ridiedero un calcio di rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: ‘No, puttana Eva…’. ‘Lo tiro io’ E mise la palla sul dischetto del calcio di rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò. E io pensai: per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo”.