Il mondo nerazzurro si ferma e si stringe nel ricordo di Evaristo Beccalossi, scomparso a Brescia nella notte tra martedì e mercoledì, a pochi giorni dal compimento dei settant’anni.
Una notizia che ha colpito profondamente l’ambiente dell’FC Internazionale Milano, che ha voluto omaggiare uno dei suoi talenti più iconici con una lunga e sentita lettera pubblicata sul sito ufficiale.
Un tributo carico di emozione, capace di attraversare epoche e ricordi, restituendo il ritratto di un calciatore unico nel suo genere.
Arrivato a Milano nel 1978 dal Brescia, Beccalossi si impose subito come un interprete fuori dagli schemi, capace di accendere San Siro con giocate imprevedibili e dribbling irresistibili.
Non a caso Gianni Brera lo ribattezzò “Driblossi”, sintetizzando in un soprannome l’essenza del suo calcio. Tecnica sopraffina, estro e quella capacità rara di rendere il gesto atletico qualcosa di artistico, quasi teatrale. A raccontarlo meglio di chiunque altro fu Peppino Prisco: “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole”.
Nel cuore degli anni Ottanta, Beccalossi rappresentò il volto romantico di un’Inter vincente e allo stesso tempo imperfetta, capace però di entrare nel cuore dei tifosi. Con la maglia numero 10 sulle spalle, diventò il simbolo di una squadra che nel 1980 conquistò il dodicesimo scudetto sotto la guida di Eugenio Bersellini. Attorno a lui correvano compagni come Oriali, Baresi e Marini, mentre il “Becca” inventava calcio, tra assist, gol e intuizioni fuori copione. Sette reti in quella stagione, tra cui la memorabile doppietta nel derby dell’8 ottobre 1979, restano scolpite nella memoria collettiva.
La sua carriera in nerazzurro, dal 1978 al 1984, è stata un continuo alternarsi di lampi e pause, di giocate geniali e momenti di discontinuità. Una caratteristica che lui stesso riconosceva con disarmante sincerità: “Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me”. Un’ammissione che racconta meglio di qualsiasi statistica la natura di un talento difficile da ingabbiare, ma proprio per questo irresistibile.
Oltre i numeri, 37 gol in 215 presenze e un palmarès che comprende uno scudetto e una Coppa Italia, Beccalossi è stato soprattutto emozione pura. Il giocatore capace di trasformare una partita qualsiasi in uno spettacolo, di accendere l’entusiasmo con un dribbling o una traiettoria impossibile. Anche le serate storte, come quella dei due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava, finirono per diventare parte della sua leggenda, ispirando perfino un celebre monologo teatrale.
Dopo l’addio al calcio giocato, il suo legame con l’Inter non si è mai spezzato. Sempre vicino al club, impegnato tra federazione e attività con i giovani, ha continuato a incarnare quello spirito creativo e anticonformista che lo aveva reso speciale in campo. Un filo mai interrotto con il popolo interista, che in lui ha sempre visto qualcosa di più di un semplice calciatore.
“La cosa più bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi. Ho lasciato un buon ricordo anche al giorno d’oggi”. Parole che oggi suonano come un testamento emotivo. Perché Beccalossi non è stato soltanto un numero 10, ma un simbolo di libertà calcistica, di fantasia e di appartenenza. E mentre Milano lo saluta con malinconia, resta la certezza che quel legame, fatto di applausi, cori e magia, non verrà mai spezzato.