In Norvegia si racconta che gioia e disgrazia abitino porta a porta e si riflettano nelle acque immobili dei laghi. A San Siro si sono incrociate nello stesso istante. Il Bodo Glimt si impone 2-1, completa l’opera dopo il 3-1 dell’andata ed elimina l’Inter conquistando gli ottavi di Champions. Un risultato che sa di impresa epica, tanto da evocare il celebre “Miracle on ice”, l’etichetta coniata per l’oro olimpico degli Stati Uniti del 1980. Stavolta il ghiaccio non c’entra, ma la portata dell’impresa sì: la squadra guidata da Knutsen manda a casa la finalista dell’ultima edizione e porta una città di appena cinquantamila abitanti tra le grandi d’Europa. Nove titolari su undici sono norvegesi, un’anomalia virtuosa nel calcio globalizzato.
Per l’Inter, invece, è una brusca frenata. Dopo quattro stagioni consecutive almeno agli ottavi, con due finali disputate, il percorso europeo si interrompe presto. Davanti a 70mila spettatori accorsi per credere nella rimonta, la squadra di Chivu non riesce a ribaltare il destino. Resta il campionato, dove il vantaggio sul Milan è rassicurante, e la semifinale di Coppa Italia. Ma l’eliminazione pesa, anche sul piano economico.
La gara si accende nella ripresa. Al 58’ un errore in costruzione spalanca la porta agli ospiti: Akanji, pressato, perde palla e innesca Blomberg, che calcia trovando la risposta di Sommer. Sulla respinta arriva Hauge, freddo nel firmare il vantaggio e il suo sesto centro europeo. Il raddoppio è un gesto tecnico di qualità: al 72’ Evjen raccoglie un cross dello stesso Hauge e batte ancora Sommer con un destro preciso. Il gol nerazzurro, quattro minuti più tardi, nasce da una mischia risolta con il ginocchio da Bastoni dopo un errore di Bonny. Troppo tardi per riaprire davvero i giochi.
L’Inter attacca a lungo, spingendo sulle corsie laterali e riempiendo l’area di cross. Le occasioni non mancano: colpi di testa fuori misura, un destro di Thuram deviato, un tentativo da fuori di Zielinski, una conclusione di Frattesi neutralizzata da Hajkin e un palo interno colpito da Akanji. Il possesso palla e il numero di angoli certificano il dominio territoriale, ma il Bodo difende con ordine in un compatto 4-4-2 e punge quando può. Il pressing non è continuo, ma mirato. E l’errore in uscita dell’Inter diventa fatale.
Col tempo si capirà meglio la portata di ciò che sta costruendo il club norvegese. Dopo la semifinale di Europa League della scorsa stagione, ora l’approdo agli ottavi di Champions. L’ultima squadra del Paese a spingersi così avanti era stata il Rosenborg alla fine degli anni Novanta. Il divario economico con l’Inter è enorme, eppure i numeri non raccontano tutto. Prima del via, i giocatori del Bodo si sono stretti nel loro rituale cerchio vicino alla panchina, “The ring”. Un anello che racchiude identità e coraggio. Il resto è storia.